PANNI - Il paese del mito di Pan

La sua ricca storia dalle Origini al Medioevo templare

Renato De Michele, nov. 2015

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Panni - Veduta del rudere della torre 'Castello' da via Niviera (loc. 'Toppolo').

 

INTRODUZIONE

Per tradizione leggendaria locale, Panni (Fg) si ritiene un paese nato in epoca greca antica, in una delle varie ondate colonizzatrici verso la Puglia, guidata dall'eroe Diomede, a partire dall'XI secolo avanti Cristo. La stessa tradizione parla di un paese ospitante adoratori del dio Pan. Che si tratti di verità è difficile dirlo, quanto smentirlo. In effetti la radice greca sembra innegabile, non foss'altro che per la tradizione musicale legata ad una versione artigianale e arcaica della siringa di Pan, unica al mondo, così diversa com'è dalle altre, una zampogna ancor oggi realizzata in un laboratorio artigianale senza soluzione di continuità fin da epoche remote, e che avrebbe ben poche altre motivazioni di esistere, se non quella, appunto, della derivazione greca e dal mito di Pan. Vedremo appresso che anche alcune tracce stilistiche di antichi graffiti pannesi sembrano ricondurre, per l'appunto, alla matrice greca.

 

 

 

 

Il blasone del Comune di Panni
e il simbolo del dio Pan

Il dio della natura compare nel blasone del paese mentre regge un lagòbolon (bastone dei pastori) con la mano destra, e un flauto di Pan nell'altra mano, a simboleggiare il maschile e il femminile. Il dio si colloca a protezione di un cane, simbolo della cura per le greggi, ma potrebbe anche indicare che Pan stia schiacciando il cane. (*)

 

 

 

 

Busto del dio Pan
(epoca imprecisata)
Panni, loc. 'Toppolo'

In paese è anche posto un busto di epoca imprecisata del dio nel punto più alto.

Questi sono segni che potrebbero appartenere anche ad un passato recente (la somiglianza del busto di Pan col Mosè di Michelangelo Buonarroti, ad esempio, è indicativa), ma che intanto testimoniano di un attaccamento ad un mito non certo inventato, né assurto a contrasto con i forti e radicati aspetti religiosi cristiani.

Confesso che è stato proprio l'evidente contrasto fra la simbologia pagana e quella cristiana ad avermi sempre affascinato nella ricerca delle radici di questa terra. Per poi scoprire che fu proprio il dio Pan - il suo nome, il suo acrostico - ad 'aiutare' i primi cristiani contro le persecuzioni romane, come vedremo in seguito.

Qui ho cercato di delineare un profilo storico delle notizie provenienti da considerazioni artistiche, architettoniche e stilistiche - non da tracce scritte, quindi - ancorate in epoche protostoriche, raccolte ed elaborate anche da più fonti, oltre che da personali ricerche come appassionato di storia locale.

I lettori mi perdonino lo stile 'narrato' e non propriamente scientifico di alcune parti: lo considerino come sforzo di connessione degli scarsi elementi a mia disposizione.

Auguro a tutti una buona lettura.

RDM, novembre 2015

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(*) Virgilio propende per una visione ‘bucolica’ del dio, così descrivendolo “Pan primus calamos cera conjungere plures. / Pan curat oves oviumque magistros" [“Primo Pan più canne unì con la cera. / Pan le pecore e i lor custodi cura”, in Bucoliche, Ecl. II, 32-33], quando il pastore Coridone cerca di insegnare la zampogna - fistula - allo schiavo Alessi, di cui è innamorato.
Plutarco, al contrario (
Opuscoli, XX, 68), ci narra di un cruento sacrificio di cani, nemici del lupo sacro, che concludeva, nel mese di Febbraio, i riti purificatori ‘Lupercali’. Tanto più probabile che questo avvenisse in Irpinia, cui Panni era associato, che deriva il suo nome proprio da ‘hirpus’, lupo, animale-guida considerato simbolo sacro di questa terra. Durante questi riti ancestrali e selvaggi, i Luperci, i seguaci di Pan e di Mercurio, nudi e in mutande, armati di bastone, picchiavano chiunque incontrassero, per purificare dai ‘cani’ le strade delle città. I riti Lupercali sono documentati anche da lapidi rinvenute in Irpinia. Francesco Maria Pratilli, in particolare, nel suo volume Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi (ed. Di Simone, Napoli 1745, Libro IV, Capo IV, alla pag. 463), scrive che nei pressi di Frigento, in Irpinia, fu raccolta e trasportata ad Avellino una lapide ’a forma di ara’ che così recitava: “PANI MERCURIO SAC(-rum) // CLAUDIUS OFELLIUS // LUPERCUS // PRO VOTO” [“(Ara) Consacrata a Pan e a Mercurio – Il Luperco Claudio Ofellio per voto”].

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PANNI - Profilo di storia antica di un paese fra Daunia e Irpinia

Alla luce delle evidenze storiche e artistiche
[Sintesi dei materiali presentati dall'Autore in tre conferenze tenute a Panni, Fg, il 22.08.2011, il 18.08.2014 e il 23.08.2015. Materiale e narrazione sono coperti da copyright RDM © 2015].

 

IL NOME

Sull’origine del nome del paese i documenti e le tracce sono vari, ma ancora vaghi. Ci si riferisce erroneamente a Strabone e a Plinio il Vecchio, mentre di recente è comparsa l'altra interessantissima traccia dell'antico nome arcadico del dio Pan, che fu Pàoni (**).

Di certo c’è che solo a partire dal XII secolo il nome Panni si ritrova fra i documenti scritti e conservati. Sia prima che dopo, i nomi sono variati con una certa frequenza e non sempre, all'interno degli stessi documenti, è possibile attribuirli con certezza a Panni.

Riassumiamo i dati a nostra disposizione. Fra i reperti più antichi:

- i Codici Vaticani n.10510-10511 dell’XI secolo, detti anche ‘Bibbie di Bovino’, in cui si cita un Castrum Pandi fra gli uncici territori della Diocesi di Bovino;

- una donazione, datata 1118, di Roberto I di Loretello alla Diocesi di Bovino. È riportata da Alessandro di Meo, in Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, Volume 10, p. 397-398, Stamperia Orsiniana, Napoli 1805.

- due concessioni di terre al Vescovato di Bovino, fra cui Panni (si tratta effettivamente di Panni), da parte di Roberto III di Bassavilla, conte normanno di Loretello, rispettivamente del 1179 (rif. C.G. Nicastro; v. Bibl.) e del 1181 (rif. F. Ughelli; v. Bibl.);

- in ‘Storia della città regia di Ariano e sua diocesi’ di Tommaso Vitale (1794), vi è riportato Panni in una convenzione fra Guevaro de Guevara e l’Università di Ariano e Monteleone sull’utilizzo dei pascoli e per la caccia, risalente al 1466; e in vari documenti simili riportati nello stesso volume, di poco successivi, si parla anche di Panni col termine Pando;

- nella Galleria delle carte geografiche in Vaticano, nella diocesi di Bovino, è rappresentato ancora Pando (1580-1583, e si tratta sicuramente di Panni);

- in altre carte dei Musei Vaticani viene riportato Panci (v. foto sotto) e coincide con la dislocazione di Panni);

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- nella Sala del Mappamondo a Firenze in una delle carte topografiche, risalente al 1600 circa, è riportato Pandi;
- con il nome di Pandi nell’Archivio Statale di Napoli (Q 27, F 34) vi è un’altra concessione di terre fra i duchi Guevara (prima metà del XVII secolo);
- in una carta geografica della Capitanata di Willem Blaeu del 1630 (v. a fianco) si mostra Panni; da questo momento in poi il suo nome resta definitivamente quello attuale e coincidente nuovamente col documento della concessione di terre dal Conte di Loretello.

Tutte queste varianti presentano comunque una radice costante: Pan-. Non a caso, il nome dialettale stesso è esattamente la pronuncia della sola radice (con la ‘n’ doppia e una vocale finale atona, come nel napoletano).

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(**) Nota. In molte citazioni locali circa il nome antico di Panni compaiono con una certa disinvoltura Strabone e Plinio il Vecchio, quest’ultimo peraltro senza precisi riferimenti bibliografici.
Occorre smentire entrambe le tracce e precisare che tali collegamenti appaiono del tutto privi di fondamento.
• Strabone, nel descrivere gli stermini di Silla operati nel I sec. a.C., cita nella sua
Geografia (Libro V, Cap. IV, 11) la città distrutta di 'Pauna' e non di 'Panna', come invece viene superficialmente riportato. Pauna compare nella traduzione di M.A. Buonacciuoli, Napoli 1562 p.103, oltre che in tutti i testi precedenti al 1800 e senza mai alcun dubbio di sorta sul termine. La variante ‘Panna’ si originò nel 1853 ad opera di due curatori tedeschi del testo straboniano, C. Müller e F. Dübner (v. Rif. bibl.), seguiti nel 1854 da una traduzione in inglese da parte di H.C. Hamilton, dando origine da quel momento in poi a tutta una serie di equivoci a catena. Questi curatori, infatti, accolsero come vere le perplessità, dimostratesi poi infondate, di alcuni traduttori francesi e italiani dell’inizio del 1800, i quali comunque riportavano ‘Pauna’ come prima traduzione fedele. Così gli italiani L. Bossi nel 1819 e N. Corcia nel 1843 avevano collegato artificiosamente ‘Pauna, da intendersi Panna’ al termine Paniceis di Plauto nella commedia Captivi (2,59), termine che però era da intendersi come deformazione satirica di ‘Panettieri’, non certo come abitanti di una inesistente ‘Panna’; i traduttori, infatti, sostenevano che ‘Pauna’ fosse un refuso di Strabone (!). E c’è inoltre da dire che la città distrutta di Pauna si trovava probabilmente in Molise, come lo erano le altre città citate da Strabone nello stesso rigo ('Boianum, Aesernia, Pauna, Telesia Venafro adjacens').
• Plinio il Vecchio, infine, non si è mai riferito ad una 'terra di adoratori del dio Pan' in Puglia, bensì, ad una ‘città dell’oro consacrata a Pan', quella di
Berenice-Pancrisia, citata nella Naturalis Historia, libro VI, ‘Berenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est...’, le cui rovine sono state di recente individuate dagli archeologi nel Sudan nord-orientale.
Intrigante, sebbene labile e indiziaria, è la traccia secondo cui l'antico nome del dio Pan, nel periodo arcadico (quello precedente al VI-V sec. a.C., e riferito all'Arcadia, nel Peloponneso centrale), fu
Pàoni; e questa traccia è rinforzata da tutta una mitologia dauna ruotante insistentemente intorno a tale origine (v. anche paragrafo successivo). È questa l'interpretazione sul nome del dio da parte di Martin Bernal (1991, Vol. II, IV, p. 171, v. Rif. bibl.), condivisa da Ciro A.R. Abilitato, della scoperta di una dedica al dio, databile VI sec. a.C., di derivazione arcadico-egizia. Dunque un dio, Pàoni, 'importato' dall'oriente al seguito delle guerre greco-persiane. Questo aprirebbe un canale privilegiato verso un'origine greco-arcadica del paese, se non addirittura verso un 'ripescaggio' della Pauna di Strabone.

 

PARTE PRIMA - Preistoria e albori

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Il territorio di Panni è stato abitato fin dai tempi preistorici e ha rivelato svariati reperti rinvenuti in superficie [R. De Michele, 2009, v. sopra fig. '5 Frammenti...'] che vanno dal passaggio dell’uomo di Neanderthal, attraverso le epoche romana repubblicana, quella imperiale, per tutto il medioevo, fino ad oggi.

I reperti archeologici - in prevalenza di origine romana quelli in località Serra rinvenuti grazie al GAD, Gruppo Archeologico Daunio, nel periodo 1998-2006 - sono numerosi e custoditi in gran parte presso la Soprintendenza Archeologica di Foggia. La figura sopra riporta, a questo proposito, un poster del 2006, gentilmente concesso da Nico Moscatelli, presidente GAD.

A questi ritrovamenti [II sec. a.C. - VIII sec. d.C.] si sommano quelli in località Pagliara [III - I sec. a.C.].

Ci occorre precisare purtroppo, che nessuno studio archeologico sistematico e scientifico cui potersi riferire è ancora stato pubblicato in proposito: si auspica che questo avvenga quanto prima.

Un romanzo, infine, Orme di Panda (2004) di R. De Michele, ha trattato della scoperta nel 1998, da parte dello stesso Autore, di un sito archeologico - un pagus di probabile origine sannita - in località Pagliara, sulle pendici del monte Crispiniano.

 

La storia possibile

Ci sembra utile riportare qui un’intervista ad Angelo Capozzi, studioso di Storia e Folklore della Provincia di Foggia e insegnante dell’Università del Crocese - Scuola di Tradizioni (FG), concessa ad Antonio Mauriello, studioso di tradizioni locali [http://zampognadipanni.altervista.org/home/?page_id=644; i grassetti sono miei, ndR], sul tema delle origini di Panni:

“(…) Una leggenda parla dell’arrivo, nell’attuale Capitanata (ed oltre), di Dauno, figlio di Licaone re dell’Arcadia (nel Peloponneso), accompagnato da un contingente di Illiri (probabilmente Illiri-Pelasgi). I Dauni scacciano gli Ausoni, che molti studiosi considerano di etnia simile agli Arcadi. I Dauni sono Dardani, sono in qualche modo Pelasgi-Micenei, quindi non ancora Elleni. Arrivano in Puglia, a mio parere, poco dopo il II millennio a.C. Alcune leggende fanno venire Dardano, il capostipite dei Dardani dall’Arcadia. Come vedete c’è un ritorno costante dell’origine arcadica delle nostre genti. Le leggende relative all’arrivo di Diomede (re di Argo del Peloponneso), in qualche modo sta ad indicare l’arrivo di nuovi greci, anche se, quasi sicuramente, non ancora Elleni, che si integrano con i Pelasgi-Micenei-Dauni già residenti nel territorio della Puglia settentrionale. Ricordiamo che i Dauni erano Pelasgi diventati Dani, e quindi Dauni, con l’arrivo nel Peloponneso di Danao dall’Egitto (sovrano di origini argive), che divenne re di Argo. Come vedete c’è anche un ritorno costante della città di Argo. Danao, dopo il suo arrivo in Grecia, riformò positivamente l’economia, le leggi, la religione del mondo greco, al punto che tutti i Pelasgi (cioè tutti greci) presero il nome di Dani o Argivi (così li indica Omero nell’Iliade). Argo del Peloponneso è molto probabilmente la fondatrice della colonia daunia che si chiamerà come la madre patria, Argo Hippium (l’Argo dei Cavalli) e ognuna nei rispettivi territori era situata ad est e vicino al mare. Sappiamo che successivamente l’Argo Hippium daunia verrà chiamata Arpi [l’attuale Foggia, ndR], e con tale nome sarà grandemente conosciuta nella storia antica delle città d’Italia."

Le tracce precristiane, in ogni caso, mostrano riferirsi alle etnie dauna (arcadica), sannita, romana. Sappiamo per certo che le epoche relative riguardano l’VIII-VI sec. a.C. (Dauni), il V-I sec. a.C. (Sanniti), il I sec. a.C. fino al V sec. d.C. (Romani). Non è difficile intuire (grazie anche al libro di E.T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Torino 1985 e 1995) che le tre etnie abbiano risentito dei principali eventi riportati dalla storia classica dell’Irpinia. I Dauni, primo popolo documentato sul territorio, furono sospinti verso la zona del Gargano dalla discesa dei Sanniti (V-IV sec. a.C.). Quindi fu la volta dei Romani con le stragi di Silla (89-82 a.C.), forse preceduti dai legionari di Scipione (metà del II sec. a.C.).

Intorno al periodo della venuta di Cristo è verosimile che gli strati più bassi della popolazione fossero di etnia sannita (i nemici più pericolosi di Roma), quelli intermedi fossero greci, mentre la classe dominante, ovviamente, romana.

I due secoli successivi, il II e il III d.C., rappresentarono nell’Impero romano un’epoca buia, ma di profonde trasformazioni. La diffusione a macchia d’olio della nuova religione cristiana generò persecuzioni sanguinose da parte degli imperatori oltraggiati nella loro maestà. In questo territorio i romani si sentirono sempre sgraditi ospiti, legionari in terra straniera, vissuti come latifondisti senza scrupoli. Ma la nuova religione, facendo sempre più proseliti, finì per sgretolare i confini socio-culturali delle varie etnie. Le differenze rimasero un ricordo del passato, relegate ormai all’appartenenza affettiva o aristocratica. Quella cristiana e quella pagana rimasero così le due uniche grandi identità, e di carattere religioso, a fare da traino alla storia del paese.

E’ importante, per le considerazioni successive, annotare che quando l’imperatore Costantino nel 313 concesse la libertà di culto ai cristiani dell’Impero, l’astio contro questi, dei romani contro i cristiani, continuò. Ricordiamo anche che nel 380 l’imperatore Teodosio emanò così l’Editto di Tessalonica con cui dichiarò il cristianesimo religione di Stato unica e obbligatoria. Questa posizione integralista dell’imperatore scatenò conflitti atroci e violenti, sedati solo nel sangue. Nel 391, con i suoi decreti teodosiani, l’imperatore ribadì il divieto del paganesimo, la pena di morte o forti multe per i trasgressori, e la costruzione, o la trasformazione, dei luoghi di culto politeisti in edifici di culto cristiano.

 

L'arte e la scoperta della storia sui graffiti dell'Assunta

Proprio questi ultimi conflitti religiosi starebbero alla base della strana collocazione dei graffiti paleocristiani sulla parete del campanile dell’Assunta di Panni (v. R. De Michele, 2015). 

Quasi certamente al I secolo a.C. appartiene un profilo di guerriero legionario romano affrescato sulla torre campanaria della chiesa-madre dell'Assunta (v. foto sotto). La datazione è possibile grazie al tipo di elmo indossato, di cui si riconosce il paraguance: un ‘Agen Port’ in dotazione all’esercito romano tardo repubblicano e caduto in disuso alla nascita dell’impero (I sec. a.C., appunto).

Di datazione più incerta è il busto affrescato di un secondo milite.

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Chiesa di Maria SS. Assunta di Panni - Facciata orientale

 

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Profilo di legionario romano con elmo 'Agen Port',
dedotto sulla base del profilo del paraguance.
(I sec. a.C.; torre campanaria dell'Assunta)

 

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Profilo di milite con elmo (epoca imprecisata; torre campanaria dell'Assunta)

 

PARTE SECONDA - I protocristiani

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Area di rilievo artistico della torre campanaria dell'Assunta
[foto ad elevato contrasto]

 

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I principali graffiti della torre campanaria, dall'alto verso il basso e da sx a dx:

1. D.I.P. ('dormit in pace'; di provenienza catacombale) -
2. Sagoma rovesciata di pesce (antico simbolo di Gesù), la cui coda è il graffito n.6 -
3. Colomba, simbolo dello Spirito Santo -
4. Sigillo del Paniere (simbolo di Dio, probabile antica insegna dei pannesi cristiani; l'originale è  collocato sottosopra) -
5. Simbolo del tutto originale del Chi-Rho (monogramma di Cristo) -
6. Coda di pesce, di cui al graffito n.2 -
7. M.L.C. (Monumentum Legavit Caesar; sigillo imperiale) -
8. La 'Pietra di Matteo' (unico in bassorilievo; ben visibili la colomba centrale e il serpente che la circonda in alto) -
9. MR ('Memoriae', alla memoria; di provenienza catacombale) -
10. e 11. Frammenti di zampogna greca (?) -
12. Frammento capovolto di un altro probabile paniere.

 

La 'Trinità' e i simboli del Pesce (sopra e sotto al Panarium)

 

I PRIMI CRISTIANI attraverso i graffiti della torre campanaria

 

La torre campanaria della chiesa di Maria Ss. dell’Assunta è uno di quei monumenti non solo antichi, ma preziosi da un punto di vista documentale per le numerose opere presenti.

È di pianta quadrata di sei metri circa di lato con mura spesse oltre un metro, ed è alta venti metri circa. Ha quattro piani oltre la punta a cono di sezione esagonale. Presenta un basamento inferiore (piano terra) più antico rispetto ai piani superiori e stranamente non è rinforzato da quella calce che invece ritroviamo esternamente nei piani superiori, quasi che quella struttura di base avesse sempre retto la torre in tutte le epoche senza problemi. Esiste una torre molto simile a Napoli che mostra un piano in più. Anche quella di Panni, però, aveva un piano in più, questo ci riferisce Giuseppe Procaccini (1924, v. Rif. bibl., a pag.74): «Il campanile della vecchia chiesa aveva altri due piani soprastanti alla fabbrica che si nota più vecchia, ma fu parzialmente demolito, perché si temeva che si fosse abbattuto da per sé, essendo tanta la sua mole. Molti anni dopo fu elevato altro piano, a quattro luci, da Generoso e Luigi Lizzi, muratori di Accadia.»

Ma la cosa più interessante di questo confronto è che la torre campanaria di Napoli non è una di quelle secondarie: nientemeno è quella di S. Pietro a Majella a Napoli, a capo del decumano maggiore di Via dei Tribunali. Questa, ricostruita anch'essa nei piani superiori, fu una torre romana dislocata lungo le mura di cinta della città, secondo recentissimi studi (Laura Miriello, 2015, p. 29).

Internamente, in corrispondenza del primo piano, dove si affaccia l’unica finestra rivolta all’esterno, compaiono vari rifacimenti di probabili entrate e passaggi dei secoli precedenti: nella sua parte interna, infatti, la chiesa crollò e venne ricostruita svariate volte nel corso della sua storia. Anche l’orientamento stesso della chiesa subì cambiamenti, ed oggi si presenta nella direttrice nord-sud con leggera inclinazione di 10° circa verso est.

Sulla parete al termine del primo e all’inizio del secondo piano della torre si presentano una serie di graffiti con una distribuzione caotica. I graffiti, apparentemente incomprensibili, indussero uno storico locale del secolo scorso, il pur bravo Giuseppe Procaccini, a liquidarli come “geroglifici” (1924, op.cit., pag.74). I graffiti sono in tutto una dozzina (v. foto sopra), appartenenti al IV-V sec. d.C.. Fra questi, interessanti sono una serie di sei graffiti (gr. da 2 a 7), praticamente in linea, che rappresentano la Trinità (gr. 3,4,5; in ordine: la Colomba, prima a sinistra, simbolo dello Spirito Santo; il Panarium, simbolo di Dio; il Chi-rho, simbolo di Cristo) e altri tre, indicanti un Pesce (in due frammenti, e si ricorda come il pesce era simbolo di Cristo per mezzo dell’acrostico greco che stava per ‘Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore’) e il sigillo imperiale M.L.C. (Monumentum Legavit Caesar). Risalgono, secondo R. De Michele (Conferenza Pecore, lupi, serpenti e colombe, Panni Fg, 23.08.2015), all’epoca dei decreti teodosiani, ossia al 391. I graffiti sarebbero stati boicottati dai pagani romani in fase di collocazione sulla torre (sottosopra è il Panarium, simbolo di Dio; frammentato e ribaltato è il Pesce, simbolo di Gesù), come dimostrerebbe il tentativo da parte dei cristiani di ricostituzione della coppia Paniere-Pesce, attraverso il disegno di un secondo pesce, oggi appena distinguibile, al di sotto del Panarium rovesciato (ricordiamo che la coppia in verticale Paniere-Pesce indicava all’epoca il sacrificio di Gesù per la discesa di Dio sulla terra).

 

Quello che - secondo R. De Michele, 2015 - 
dovette essere il progetto di partenza:

"Trinità e Sacrificio"

Altre pietre significative sono: V.D., D.I.P. (gr. 1), MR (gr. 9), due delle quali incorniciate (la cornice indicava particolare importanza, o un sigillo). Significano rispettivamente, secondo il Dizionario delle abbreviature latine e italiane di Adriano Cappelli (Milano 1899, manuale ancora in uso presso le Università nazionali e internazionali): Vir devotissimusDormit In Pace Memoriae (Uomo devotissimo, Riposa in pace e Alla memoria). Sono di provenienza catacombale, evidentemente. Se sono state poste sulla prestigiosa parete campanaria, vuole sicuramente dire che sono appartenute a personaggi importanti della fede pannese, forse ai protomartiri.

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Al V secolo appartiene, invece, la Pietra di Matteo (v. foto qui sopra), il più bello dei graffiti. È un autentico capolavoro, un sorta di cammeo in pietra, l’unico bassorilievo della parete (gli altri sono incisioni o affreschi). Si basa sul riporto del famoso passo del Vangelo di Matteo (10,16): “Vi mando come pecore fra i lupi: siate prudenti come serpenti e semplici come colombe”. È un graffito che, esaltando la prudenza, celebra la vittoria sul paganesimo. Vi compaiono, appena visibili in ordine orario, a partire dalla parte bassa: una pecora, un lupo, un serpente, una colomba. Nel piumaggio si inserisce un altro animale: il pesce, rendendo la colomba portatrice di Cristo, cristofora.

 

La Prudenza

Il tema della prudenza fu probabilmente legato alla radice pan-, e al suo doppio significato dato dalla contrazione delle due espressioni PAter Noster e PAnem Nostrum, contrazione che potrebbe aver funto da alibi per tenere basso il profilo da parte dei primi cristiani pannesi, in un paese legatissimo, per giunta, al mito di Pan; non a caso il simbolo del Panarium sarebbe stato verosimilmente il loro simbolo, essendo doppiamente riquadrato. Un possibile alibi potrebbe essere stato: PANOS fideles sumus, ‘Siamo fedeli di PAN (Panos è genitivo greco di Pan = siamo fedeli del PAter NOSter) ed è fin troppo probabile che la popolazione, specie quella di etnia greca, non si sia lasciata sfuggire questa ghiotta opportunità. Del resto, l’accostamento fra Pan e Cristo – centrato molto sul significato in sé del nome, oltre che sull'acrostico cui accennavamo – non nasce qui dal nulla, ma fu ipotizzato fin dai protocristiani: da Eusebio di Cesarea (III-IV sec.), Teodoreto di Cirro (V sec.), per giungere agli studi di L. Barello (1908), di Ph. Bordeaud (La mort du grand Pan, p.11), di G. Nuzzo (Il Grande Pan (non) è morto, 2015, pag. 510 sgg) e di L. Balestra (2013, pgg. 17-23), questi ultimi basati sull’episodio narrato da Plutarco ('Pan è morto', in De defectu oraculorum, I-II sec.). A queste si sommano motivazioni anche, per così dire, ‘geografiche’, dal momento che in Palestina il mito di Pan era particolarmente sviluppato: dalla grotta-sorgente del fiume Giordano dedicata a Pan, alla città di Cesarea di Filippo (chiamata in origine Paneas, oggi Bāniyās, che sta per ‘consacrata al dio Pan’), nella stessa terra della conversione di Pietro e del miracolo di Veronica, la stessa terra dove è avvenuto il recente ritrovamento di una maschera bronzea di Pan.

 

Lo stile 'greco' dei graffiti

Questo territorio, oltre che dai greci, fu calpestato dai sanniti e dai romani. Nei graffiti della torre campanaria, l’accuratezza delle forme, le proporzioni ben studiate, il simbolismo, i baricentri bilanciati, l’assenza di angoli acuti come fanno solo gli orafi e gli artigiani del monile, oltre che gli scultori, tutto fa pensare a tradizioni culturali ben consolidate e ad una sensibilità artistica difficilmente attribuibile ad altri che non alla cultura greca. Persino i graffiti delle catacombe di Roma sono meno raffinati. I pannesi antichi, dunque, avevano radici greche, seppur lontane, e questo sembra del tutto evidente da questi graffiti.

 

GLI AFFRESCHI NASCOSTI

Oltre ai graffiti ed agli affreschi dei due guerrieri, si intravedono ancora alcuni frammenti di pitture con contenuto religioso di epoche successive ai protocristiani, la cui datazione, comunque, è assolutamente incerta. Vi compaiono tracce di un Cristo pantocratore, un Santo (o un Cristo), una Madonna (o una Santa; v. foto sotto). Ma fra tutte spicca la cosiddetta 'Pietra di Cristo', immagine incredibilmente espressiva di un mezzo volto di un Cristo Pantocratore, con relativa incisione, molto sbiadita ma ancora visibile, del monogramma di Cristo: IC-XC (vedi appresso, foto 'La Pietra di Cristo').

 

Ricostruzione storica

Alla luce delle evidenze emerse sulla torre campanaria, si può affermare con ragionevole certezza che:

- Panni esisteva già nel I sec. a.C..
- La torre era posta ai limiti di una cinta muraria, come parte di una fortezza romana di cui costituiva il probabile ingresso (come a Napoli, S. Pietro a Majella)?
- Il probabile nome di Panni fu Castrum Pandi.
- I Romani furono contro l’etnia greca, oltre che contro quella sannita, tanto più in epoca cristiana.
- La torre è baluardo cristiano fin dal IV secolo (391 d.C.), benché la vittoria dei cristiani sia stata amara: i graffiti della Trinità vennero sfregiati dai romani.

 

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Volto di Santa o di Madonna.

 

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La 'Pietra di Cristo' (pietra centrale del secondo piano della torre)

 

PARTE TERZA - Panorama storico medievale

Il Medioevo

La penisola italiana, e di conseguenza il paese di Panni, subì, per più di un secolo, le invasioni barbariche (dal 476) di Eruli e Visigoti con relativi saccheggi, per poi essere la volta dei Bizantini. Mentre si ascrive ai Longobardi (dal 568) la conquista di Bovino e la suddivisione dei loro domini in feudi e ducati, come, appunto, quello vibinate [Carlo Gaetano Nicastro (1909), v.bibl., pag. 71]. Da questo momento ha inizio la secolare rivalità fra Longobardi e Bizantini nei nostri territori.

La religione cristiana cui si convertirono i Longobardi, in un primo tempo, era legata all’eresia di Ario, e così la Diocesi di Bovino, cui Panni apparteneva [ibidem, pag. 72]. I Longobardi si convertono dal 603 al cristianesimo attraverso un accordo col Papato.

A partire dal 663 – dopo la distruzione totale di Bovino e dei territori limitrofi da parte dell’imperatore d’Oriente, il greco-bizantino Costante II, in un tentativo d’invasione contro i Longobardi –, il territorio conobbe una fase di profonda miseria e povertà dei raccolti. Nel 668, con una Bolla di Papa Vitaliano, la Diocesi di Bovino, divenuta vescovato appena l’anno precedente, venne assoggettata alla Chiesa di Benevento, con relativa sospensione dello stesso vescovato.

Nella sua lotta iconoclasta, l’imperatore greco-bizantino Leone Isaurico lanciò nel 726 un editto in cui si ordinava la distruzione di tutte le icone sacre e delle biblioteche cristiane. Questo aveva effetto principalmente nell’impero romano d’Oriente, molto meno fra il papato occidentale e fra i Greci bizantini in Italia. Alcune icone cristiane vennero comunque nascoste dal popolo e dai religiosi alla vista di possibili fanatici.

Nel 774, dopo la sconfitta di Adelchi contro Carlo Magno, i Longobardi si videro sottomessi ai Franchi e costretti ad allearsi con i decadenti Bizantini dividendosi i territori fra loro, e Panni entrò a far parte della Diocesi di S. Sofia.

Una volta sconfitta l’iconoclastia alla metà del IX secolo, cominciarono le ri-apparizioni di quelle statue dei santi scampati al pericolo. Ma il fenomeno ebbe in Italia portata assolutamente risibile, al punto che vi furono addirittura iniziative a favore di ordini religiosi espulsi dall’Oriente.

 

[Le notizie successive relative alla situazione climatologica sono tratte dall’articolo: "I cambiamenti climatici nella storia dell’Europa. Sviluppi e potenzialità della climatologia storica”, di Christian Pfister, 2003, v. Rif. bibl.]

Nel periodo alto-medievale (VI-IX sec. d.C.) la zona – Daunia, Capitanata e Tavoliere –, attraversa una fase di grande siccità e frequenti carestie. Inverni lunghi, estati tiepide, precipitazioni scarse ma violente, popolazione rada. Il paesaggio è brullo, freddo e solcato da venti forti. Il Tavoliere e le sue colline sono poco meno che regioni desertiche.

In questo periodo, come in tutto il medioevo, i Saraceni razziarono periodicamente in lungo e largo le poche risorse del territorio, non senza alterne e opportunistiche complicità dei greci bizantini. A seguito della loro respinta, “nella divisione fatta tra Radelchi e Siconolfo [nell’849, ndR], Panni risultava sotto il dominio di Montillare” [‘Montellare’, altura opposta a Bovino, sulla sponda sinistra del Cervaro, ndR, in G. Procaccini, op.cit., pag. 12. A testimonianza della presenza turca in paese, esiste ancor oggi un soprannome significativo: Cangiàrr’, che sta per Kandjàr, il pugnale ricurvo turco, con identica pronuncia.]

In una di queste razzie, poco dopo l’anno 900, i Saraceni radono al suolo numerosi paesi, fra cui terribile è la distruzione totale del vicino paese di Greci, incendiato e raso al suolo. Da Greci, i fuoriusciti fuggiaschi potrebbero essersi rifugiati fra le rovine di Panni ricostruendola. Si potrebbe spiegare così l’orientamento della torre Castello verso Greci, paese che comunque fu ricostruito. È anche da notare la straordinaria somiglianza topografica delle loro piantine [Nota: Tutte le ipotesi del rapporto stretto fra Panni e Greci intorno al secolo X, sono state esposte da Renato De Michele nella conferenza del 22.08.2011 a Panni].

Nel successivo periodo medievale pieno (X-XIII sec.), detto anche feudale, che più ci interessa qui, il clima in tutta Europa subisce un cambiamento radicale. Siamo agli inizi del “Periodo Caldo Medievale”, come i climatologi lo definiscono. Inverni tiepidi ed estati calde permettono uno sviluppo rigoglioso della vegetazione, della selvaggina, dei raccolti e, conseguentemente, della stessa popolazione umana. Si calcola che questa, per le favorevoli condizioni, si sia triplicata nel corso dell’XI secolo.

I più antichi documenti conosciuti su Panni sono datati XII secolo (medioevo pieno) e riguardano le donazioni di terre al Vescovado di Bovino da parte del conte normanno di Loretello, di cui abbiamo trattato all'inizio.

 

La Capitanata e l’entroterra

Ecco un’ottima descrizione della Capitanata del 1200 da parte di Mauro Masullo, studioso di Federico II:

«Nel Tavoliere Federico II trovò, oltre alla posizione strategica, anche un paesaggio (quella "amoenitas loci") che gli permetteva di fare della sua vita un inno alla gioia ed al piacere di vivere.

Della sua personalità edonistica e dei piaceri di cui amava circondarsi è cosa risaputa, e proprio qui aveva trovato quelle potenzialità paesaggistiche che hanno fatto della sua dimora imperiale il suo "paradiso maomettano".

Nel Medioevo il paesaggio del Tavoliere era davvero molto diverso da quello che si può attualmente osservare, ma per ricostruirlo soffermiamoci sugli aspetti più salienti della regione in esame.

Il sottosuolo del Tavoliere, di origine alluvionale, è caratterizzato dalla presenza di numeroso materiale ciottoloso, che permette all'acqua di scorrere in ricchissime falde e spesso, in prossimità di materiali impermeabili, di risalire in superficie, dando origine a preziose sorgenti. (…)

L'effetto di questa situazione pedo-climatica favoriva, rispetto ad altri territori, la formazione di numerosissimi boschi, che a perdita d'occhio invadevano la pianura dauna. (…)

Nello stesso modo, viste sempre le mie ricerche effettuate sul paesaggio e sulla vegetazione delle piane del medio Oriente, il Tavoliere riproponeva gli stessi habitat legati agli stagni, alle paludi, ai laghetti presenti in quella terra. (…)

La stessa fauna, quindi, non era costituita solo da uccelli, molti dei quali legati agli habitat palustri, ma anche e soprattutto da piccoli, medi e grandi mammiferi (ricordiamo che lo stesso torrente Cervaro, vicino Foggia, deve il suo nome alla presenza di numerosissimi cervi, la cui stessa alimentazione è strettamente legata alle specie quercine, di cui il territorio era ricchissimo). Ed infine, ecco una frase attribuita a Federico II, puer Apuliae, e che così recita: “Se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui”». [Mauro Masullo, Architettura residenziale Federiciana, i Loca Solaciorum e San Lorenzo in Pantano, 2009].

Nell’epoca in questione, delimitando a sud-ovest il territorio di Panni, il torrente Avella, che offre acqua al Cervaro, e questo ai laghetti medievali della Capitanata, scorre in una valle boscosa, ma con frequenti prati erbosi, ricca di selvaggina. Il clima è mite. Sul lato destro del corso del Cervaro, quella dell'Avella è una delle vallate più ricche, sotto tutti i punti di vista. È riparata dal grande corso d’acqua del Cervaro e dalle sue bizze stagionali, e permette un rifugio tranquillo per animali, anche di taglia media – rispettando il toponimo assegnato allo stesso Cervaro fin dalle epoche precedenti –, e per gli uomini. Le alture sono dolci e permettono spostamenti in lungo e in largo senza troppe difficoltà. Una sorta di piccolo paradiso per cacciatori, pescatori e agricoltori; specie in un periodo, come quello fra il 1000 e il 1300, in cui si ha uno sviluppo inarrestabile di raccolti, di allevamenti e di cacciagione.

Lo sviluppo di queste zone nel medioevo è tale – per darne un’idea – che Federico II si dà da fare tantissimo per popolare la zona di centri a lui fedeli, per godere dei frutti di queste terre e, non ultimo scopo, per contrastare militarmente il papato. È lui che qui e nei dintorni offre ospitalità ai Valdesi provenienti dalla Lombardia e in fuga dalle persecuzioni sanguinose dello stesso papato contro gli eretici.

A questo proposito bisogna dire che vi sono stati tantissimi conflitti su queste terre. Nella zona erano stanziati sicuramente i Templari fedelissimi del papato, che Federico II doveva affrontare duramente. Le battaglie fra i paesi erano frequentissime. I Saraceni vi compivano raid improvvisi un po’ in tutte le epoche. Le lotte dei feudatari erano interminabili. Bizantini, Longobardi e Normanni non vi transitarono pacificamente.

 

Fra alluvioni e terremoti: minacce continue.

Dal punto di vista climatico, interviene poi un altro periodo di grande magra a partire dal 1300 circa, dal basso Medioevo in poi. È quella che i climatologi definiscono “la Piccola Età Glaciale” [C. Pfister, op. cit.]. Il clima pugliese ripiomba rapidamente in situazioni critiche. In capo a 50 anni il freddo intenso riduce i raccolti, il panorama ritorna arido, dilaga la peste nera.

Numerosi cataclismi avvengono in quest'epoca, fra cui una catastrofe documentata da una lettera fin troppo trascurata di Petrarca. Vi si descrive uno tsunami di dimensioni bibliche avvenuto a Napoli ma che ha interessato tutto il Mediterraneo e l'Adriatico. Eccone qualche passo significativo:

“Napoli, il 26 di Novembre del 1343.

(…)  se io avrò mai tempo, questa di Napoli sarà materia dei versi miei: benché non si può dire di Napoli, ma universale per tutto il mare Tirreno e per l’Adriatico, ed a me piace chiamarla Napolitana poiché contro mia voglia mi ha ritrovato in Napoli. (…) Dopo avere un buon pezzo vegliato, cominciando a dormire, mi risvegliò un rumore e un terremoto, il quale non solo aperse le finestre, e spense il lume ch’io soglio tenere la notte, ma commosse dai fondamenti la camera dov’io stava. (…) Che gruppi d’acqua! che venti! che tuoni! che orribile bombire del cielo! che orrendo terremoto! che strepito spaventevole di mare! e che voci di tutto un sì gran popolo! (…) Dio grande! Quando fu mai udito tal cosa? I marinai decrepiti, dicono che mai fu udita né vista; in mezzo del Porto si vedeano sparsi per lo mare infiniti poveri, che, mentre si sforzavano d’arrivar in terra, la violenza del mare gli avea con tanta furia gettati nel Porto, che pareano tante ova che tutte si rompessero. (…) Mille monti d’onde non nere né azzurre, come sogliono essere nell’altre tempestadi, ma bianchissime, si vedeano venire dall’Isola di Capri a Napoli. (…) Nel porto non fu nave che potesse resistere, e tre galèe ch’erano venute di Cipri, ed aveano passato tanti mari, e voleano partire la mattina, si videro con grandissima pietà a sommergere, senza che si salvasse pur un uomo. Similmente l’altre navi grandi ch’aveano lanciate le ancore al Porto, percotendosi fra loro, si fracassarono con morte di tutt’i marinari.”

[dalla Lettera di Francesco Petrarca al cardinale Colonna. Traduzione dal latino da parte dello storico Angelo Di Gostanzo nel 1581, dall’originale scritta in latino].

 

Oltre alle alluvioni la zona è stata sconvolta da numerosi terremoti. Non tutti sono stati annotati dagli storici. Citiamo solo quelli ufficialmente documentati negli ultimi secoli: 1343, 1456, 1688, 1694, 1702, 1731, 1732, 1805, 1857, 1930, 1962, 1980. Alcuni terremoti furono molto rovinosi, quali quelli del 1456 e del 1732 che rasero quasi al suolo il paese, ed anche quelli del 1857 e del 1930.

 

Le ricostruzioni di Panni. I portali.

In conseguenza dei terremoti, molte furono le ricostruzioni e con relativo riutilizzo delle pietre e dei portali. Ancor oggi è molto raro trovare pietre e sculture precedenti il 1732. C’è da dire però che alcune delle chiavi di volta sono state riutilizzate e datate con l’anno della ricostruzione. Per una trattazione dettagliata dei portali di Panni, va consultato il volume a cura di Giovanna Procaccini, Forme e decori nei portali di Panni [C.R.S.E.C. FG/33, Regione Puglia Assessorato Pubblica Istruzione, Foggia 2003].

 

Cenni storici sui Templari

L'ordine dei Templari fu fondato in Francia, sebbene i primi cavalieri-monaci erano già di stanza presso il Tempio di Gerusalemme. Le loro esistenze erano regolate da stili di vita fortemente religiosi. La loro regola fu scritta da Bernardo di Chiaravalle nel 1139. L’Ordine del Tempio esistette per due secoli, fra il 1118 ed il 1307. Fu istituito dal papato con due finalità principali: difendere il Tempio di Salomone a Gerusalemme e difendere i pellegrini diretti in Terrasanta. Non erano soggetti ad alcun limite giurisdizionale, rispondendo del loro operato al solo papa in persona. Nei due secoli di vita dell’ordine, i Templari accumularono molte ricchezze e potere, oltre che immense conoscenze in tutti i campi del sapere. Furono alla fine accusati di eresia con accuse infamanti da parte di Filippo II il Bello, re di Francia, con la complicità di papa Clemente V, e condannati a scomparire, anche fisicamente. L’accusa non fu altro che il pretesto, per il re di Francia, per appropriarsi dell’immenso patrimonio dell’ordine. Numerose leggende dicono che tale patrimonio, in realtà, sfuggì in gran parte alla rapina ai loro danni. A loro si deve la costruzione di opere in tutta Europa e furono i principali custodi di sacre reliquie, fra le quali ricordiamo la Sindone, i chiodi della Vera Croce, la Casa di Maria a Loreto, le ossa di vari santi, e tante altre. Sarebbero stati alla ricerca del Sacro Graal, e molti danno per certo che i Templari ne fossero entrati in possesso per nasconderlo non si sa bene dove. Con la scomparsa dei Templari in Francia, gli altri sparsi per l’Europa si salvarono entrando in altri ordini, od operando in quanto Templari riconosciuti e celebrati, come in Scozia, ad esempio.

 

Le vie d’accesso dei pellegrini alla Puglia templare

La Puglia fu territorio di passaggio quasi obbligato per i pellegrini ‘palmari’ dal 1150 fino al 1300 circa. Le vie di comunicazione con la Puglia passavano essenzialmente per la via Francigena che si sdoppiava nei pressi di Mirabella Eclano, in una interna ed una lungo la costa pugliese (via Traiana), e per la via Langobardorum, che costeggiava l’Adriatico provenendo da Nord. In Puglia l’ordine templare era stanziato principalmente a Barletta, sede del Priorato per l’Italia del sud. Qui costruì opere importantissime, come strade, porti lungo tutta la costa, chiese, cattedrali, ponti.

I pellegrini, lungo il loro cammino, avevano bisogno di soste. Generalmente l’organizzazione giornaliera prevedeva due tappe: una di 15 km, più un’altra di 11 km circa. Le cronache dei pellegrini non fanno menzione di Domus templari fra Mirabella e la costa, se non per le sole Aequo Magno, ‘mutatio Aquilonis’ (vicino Orsara di Puglia) e la stessa città di Troia; ma al conto ne mancano parecchie intermedie, non ancora scoperte.

 

Il basso Medioevo

Nel XIV secolo il territorio era ridotto allo stremo per via delle epidemie di peste nera.

Risale con tutta probabilità a quest'epoca il culto di San Rocco, protettore degli appestati [v. foto a fianco].

Nei documenti della Diocesi di Bovino, Panni era una delle undici arcipreture foranee di Bovino col nome di Castrum Pandi.

Non ci mise molto il paese a riprendersi, a quanto pare, se così ci narra C.G. Nicastro: “In detta epoca [sec. XIV, ndR] i casali propri del territorio vibinate, od oppidoli suburbani, più non esistevano; e per i relativi coloni la città di Bovino era la residenza abituale. (…) Panni, (…) da villaggio eminentemente pastorale, divenne, col mutar degli anni un castro, e si rese indipendente dalla madre patria [da Bovino, ndR]” [op.cit., pag. 89].

La dinastia angioina nel Sud Italia (1266-1441) rinforzò il potere baronale su tutti i territori, che però si frazionarono in maniera abnorme generando conflitti continui fra i baroni, e fra questi e il potere centrale francese prima, aragonese e spagnolo poi.

La storia di queste terre, inoltre, divenne confusa e intrecciata con eventi molto disparati (Saraceni, guerre continue, calamità, pestilenze) con documenti notarili alquanto imprecisi, di cui solo pochi, oltretutto, salvatisi dalle distruzioni. Il nome stesso di Panni, e non solo questo, subì mutazioni dovute anche alla successione vorticosa delle lingue dei vari invasori.

Laddove nel resto d’Italia cominciò a fiorire il Rinascimento, il Sud restò al palo del feudalesimo, della rendita agricola e del potere baronale, iniziando così un lento e progressivo distacco dallo sviluppo borghese del Nord.

 

 

Il bando dei Guevara-Suardo in via dei Banchi Nuovi a Napoli. Viene citata la signoria di Panni (in alto, al centro).

 

Gli Spagnoli. Il Rinascimento mancato: tempo di contrasti.
I duchi Guevara e la duchessa Guevara Boncompagni.

Dopo la fallita congiura dei Baroni (1458), il feudo di Panni passò sotto il diretto controllo degli Aragonesi, presso la Regia Corte del re Ferrante I. Dal 1494 subì una serie di passaggi di proprietà, per terminare nel 1547, dopo l’avvento degli spagnoli insediatisi a Napoli dal 1504, a Ferrante Carafa, figlio del più noto Tommaso.

Con gli Spagnoli, l’Italia del sud divenne in pratica una colonia della Spagna, con un governo che assunse la forma di viceregno, e fu costretta a produrre cibo, più che sviluppo. Ciononostante, la capillarità della presenza spagnola portò effetti benefici ben visibili, anche se limitati al settore agricolo.

Anche se la ricerca storica ci riporta la cronaca del potere baronale nei territori vicini, il ducato di Bovino pare restare alquanto al riparo dalle vicende napoletane. Panni risulta sede di conti, infatti, di rango superiore a quello dei baroni.

Fu nel 1573 che Panni venne comprata da Giovanni de Guevara, duca di Bovino, e governata per il tramite di luogotenenti.

In campagna, al riparo dalle grandi svalutazioni e dalle bizze nobiliari del vicereame napoletano si svilupparono, allo stesso tempo, grandi opere e grandi povertà.

S’inaugurò, infatti, un periodo di grandi contrasti: di rinascita della struttura urbana da un lato, di impoverimento del contado a vantaggio del latifondo nobiliare dall’altro.

A quest’epoca [1636, o anche prima, secondo Procaccini, p. 70], si può far risalire la costruzione della casa ducale di Piazza Annunziata, successiva sede della congregazione di suore del Ss. Sacramento e di quella della Vergine Lauretana, poi caserma, prigione, e nel ‘900 divenuta Asilo, poi Casa-famiglia di Salute mentale, indi Comunità per Anziani dal 2015.

Alla morte del duca Giovanni II (1582), sono state da questo, o dalla moglie Giulia, effettuate varie donazioni al Vescovato di Bovino e, di riflesso, al paese e alla chiesa ricostruita di Panni. Del resto, anche Giuseppe Procaccini, annota il ritrovamento nel campanile del probabile ritratto, poi distrutto da incompetenti, di Giulia Boncompagni, duchessa Carafa, “moglie di Giovanni II de Guevara, essendo questa benefattrice in diverse parti ed anche a Valleverde, e per di più vivente all’epoca che fu rifatto il campanile sotto il vescovo Calderisio Giovannantonio (anni 1616-1667).” [op.cit., p. 74, i grassetti sono nostri].

Si registra anche l’ampliamento del paese oltre la cinta che all’epoca giungeva fino al Monumento, come attestato dal Procaccini. La Croce viaria, datata 1590, viene spostata più a valle; la Fontana di Sant’Elia, lungo la strada Bovino, viene ristrutturata e ingrandita.

A questo proposito, pur non esistendo documentazione sufficiente, non si possono non notare numerose altre coincidenze in questo periodo: a) viene donato il Fonte battesimale, datato 1586; b) la chiesa dell’Assunta viene ricostruita, dopo il terremoto del 1627, dal Vescovo di Bovino Galderisio, anche Vescovo reggente di Monopoli, come recita la scritta sul campanile dell’Assunta; c) nel 1631 muore Giovanni III de Guevara, anch’egli di famiglia magnanima; d) presso la casa ducale, costruita nel 1636, viene allocata la Congregazione del Ss. Sacramento; e) compare forse ora la statua rinascimentale in stile celebrativo della Vergine Lauretana (dono alla Congregazione Lauretana?).

Riportiamo dallo stesso Procaccini [op.cit., p. 63], la successione completa dei Guevara:

“Innigo Guevara [1442-1462] sposatosi con Porzia Carafa.
Giovanni II De Guevara [m.1582] sposatosi con D. Giulia Boncompagni, benefattrice.
Carlantonio De Guevara [?] sposatosi con Placida Cybo.
Giovanni III De Guevara [1602-1631] sposatosi con Vittoria Caracciolo, che fece edificare il palazzo a fianco al campanile, e ciò leggesi dagli architravi delle finestre [pietre poi rimosse in seguito ad un crollo, ndR].
Innigo II [viceré 1648-1653] sposatosi con Eleonora de Cardonas.
Giovanni Maria [n.1712, duca periodo 1750-1775, ndR] sposatosi con Anna Maria Suardo.
Prospero [m.1799] sposatosi con Anna Cattaneo.
Carlo [n.1780, m.1858] sposatosi con Maddalena Serra di Gerace.
Giambattista [n.1819] sposatosi con Carolina Filangieri.
Teresa, maritata al barone de Riseis, e
Maria, [n.1867] maritata al barone Lecca Dugagini, eredi entrambe di Giambattista.”

[Fra parentesi quadre vi sono le date aggiunte dopo nostra consultazione dell’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatica – Libro d’Oro napoletano. NdR]

 

È sotto i duchi Guevara che nel corso del ‘600 il paese di Panni assunse in gran parte, inoltre, l’aspetto odierno. Vennero rifatte numerose strade, soprattutto nelle campagne; sistematizzate la suddivisione e l’archiviazione cartografica delle terre. Ma fu anche inaugurata la numerazione civica dei ‘fuochi’ (famiglie) nelle strade, per una più razionale tassazione.

Fu proprio la tassazione crescente a creare scontento fra i ceti più bassi. Si sviluppa il latifondo, ma più ancora il sistema della mezzadria, un sistema che resterà in vigore fino al 1974.

La dinastia Guevara, d’altronde, fece di tutto per non vessare il contado, oltre che gli stessi baroni, ma nulla poté di fronte alla pressione del vicereame centrale e di una suddivisione netta fra una nobiltà parassitaria ed una plebe contadina sempre più povera.

Dall’altro lato, nel Regno di Napoli, a livello centrale, il processo di inurbamento vide il suo picco proprio in questo periodo, mentre la campagna, per via della domanda cittadina eternamente crescente, andava sempre più spopolandosi. Paradossalmente, e forse grazie proprio ai Guevara, Panni non vide spopolarsi, mantenendo una linea di abitanti sempre abbastanza alta, almeno fino alla metà del ‘600.

Ma, alla fine, furono drammi come la fallita rivolta di Masaniello nel 1647, e la peste del 1656 che finirono per aggravare questa situazione delle campagne in una caduta senza fondo.

Il brigantaggio, fenomeno endemico da tempo immemore, subisce una decisa impennata proprio in questo periodo. Panni darà, infatti, parecchi briganti al famoso e contiguo Vallo di Bovino, territorio, per questo fenomeno, tristemente famoso.

 

 

PARTE QUARTA - ITINERARIO FOTOGRAFICO

Prima tappa – Chiesa dell’Assunta di Panni.

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Torre campanaria dell'Assunta

 

Portale d'ingresso della chiesa dell'Assunta

 

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Il doppio quadrato magico

 

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I rettangoli concentrici

 

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La statua in marmo bianco della Vergine Lauretana e la croce patente

 

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Il finestrone a feritoia con la scritta IBI•8•

 

PRIMA TAPPA – Chiesa dell’Assunta di Panni.

L’architrave della porta d’ingresso e l'epigrafe ‘Terribilis est locus iste. Gn 28,17’ [v. foto sopra]

Questa scritta è presente su un’altra ventina di chiese in Europa, di origine templare. È l’esclamazione di Giacobbe al risveglio dal sogno in cui, dopo aver raggiunto il cielo al termine di una scalinata, Dio gli comunica il destino di Israele.

Dal volume Cronaca di un agosto templare [R. De Michele, v. Rif. bibl.]:
«‘Terribilis est locus iste’, la scritta campeggiava sull’architrave del portone d’entrata con, a seguire, il riferimento biblico ‘Gn. 28,17’, scritto con un altro stile, sicuramente in epoca successiva, evidentemente per qualche riforma della numerazione dei capitoli della Bibbia. Osservai a lungo, per la prima volta a lungo, quella scritta: era lì in bella posa, ma non ci avevo mai dato peso e, come me tanti altri, a parte Gios. Non che i miei compaesani si fossero interessati di latino più di tanto, ma quell’aggettivo inquietante in quella scritta lasciava davvero pochi dubbi. Come avrei studiato dopo, data la mia proverbiale ignoranza in fatti di religione, quello era dunque il sogno di Giacobbe narrato nella Bibbia, nel capitolo della Genesi. Perché mai avessero scelto solo la prima parte della frase, quelli che l’avevano fatta incidere, non era dato sapere. O forse sì, data l’epoca probabile, quella medievale, tempo di eresie, di streghe e di roghi. Le parole omesse nella scritta dell’architrave, quelle del resto della frase di Giacobbe, ‘hic domus Dei est et porta coeli’, ‘qui è la casa di Dio e la porta del cielo’, forse sarebbero apparse troppo tenere, in epoca di Inquisizione, crociate e guerre sante. Il fatto che quelle quattro parole scolpite fossero presenti anche, o solo, su un’altra ventina di chiese al mondo dello stesso periodo, al seguito dei Templari, non è che consolasse più di tanto. Terribilis ha sempre significato, specie per i Templari, ‘terribile’ e nient’altro, anche se qualcuno aveva tentato nel tempo di addolcire la pillola – ‘non si tratta di terribile, si suggeriva, ma di meraviglioso’; ‘da restare impalliditi, tanto è splendido’; ‘che lascia estasiati’; e così via –. Fu magari così per Giacobbe, ma se qualcuno sceglie di isolare solo quel pezzo di frase, tagliando via il resto, vuol dire che quel luogo, per la Chiesa, e maggiormente per i Templari, doveva volutamente apparire come ‘terribile’, a costo di smentire persino Giacobbe che l’aveva pronunciata. Non c’erano alibi a quest’evidenza: la frase era proprio indifendibile. Eppure campeggiava lì, tollerata oggi da tutti noi, giusto e solo per la sua antica sacralità e per la provenienza biblica. Il silenzio dei fedeli su quella frase, proprio all’ingresso della nostra amata chiesa, il silenzio dei parroci susseguitisi nel tempo, quello dei siti internet che hanno trattato delle cose del paese, parevano proprio nascondere l’imbarazzo che quelle parole hanno sempre trasmesso, quasi rappresentassero un inconfessabile tabù, quello di una Chiesa che dovesse incutere paura.»

 

Il doppio quadrato magico e il rettangolo concentrico [v. foto sopra].

Un doppio quadrato magico [v. foto omonima, 2009, GAD], figura diffusissima fra i Templari – come nella Cattedrale di Trani ad esempio –, si trova inciso sulla base interna del finestrone della torre campanaria (accesso dall’interno della chiesa dell'Assunta). Si trattava, con tutta probabilità, di un gioco – il famoso gioco del Tris? – svolto dalle guardie templari durante le ronde.

Il disegno rettangolare sulla parete di sinistra dello stesso finestrone [v. foto 'I rettangoli concentrici', RdM 2013], forse è anch’esso un gioco, ma di difficile comprensione; altri [R. De Michele, 2014] ipotizzano si tratti di una mappa, possedendo un itinerario parzialmente concentrico.

 

La statua della Vergine Lauretana e la croce patente [v. foto sopra]

Una statua di marmo bianco della Vergine Lauretana è collocata in una nicchia in alto, al termine della navata di destra della chiesa dell’Assunta. La fattura appare rinascimentale (XVI-XVII sec.). Statua celebrativa donata alla chiesa in un’occasione non ancora documentata, forse in occasione del rifacimento di cui alla scritta superiore del campanile (sotto il vescovado bovinese di Galderisio). Colpisce la presenza di una croce patente templare al di sotto della terza corona sulla mantella ‘dalmatica’. La tiara pontificia sul capo della figura è in posizione opposta alla croce (si ricorda che la tiara 'triregno' fu introdotta dal papa Clemente V, lo stesso che firmò la condanna dei Templari).

 

I graffiti e le scritte esterne alla torre campanaria [foto: v. par. precedente].

I graffiti esterni alla torre campanaria sono per la maggioranza di origine paleocristiana (II-IV sec. d.C.), ad eccezione della scritta MLC che dovrebbe trattarsi di un sigillo imperiale. Dimostrano, innanzitutto, l’esistenza di una popolazione locale residente fin dall’epoca romana imperiale. Sono in evidenza i 5 graffiti in linea appena sopra il toro. Questi rappresentano rispettivamente da sinistra: a. una colomba col ramoscello d’ulivo, simbolo dello Spirito Santo; b. un paniere, simbolo del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (la pietra è rovesciata); c. il simbolo arcaico del ‘chi-rho’, il segno delle prime due lettere greche ‘XP’ di Cristo, poi fatto proprio dal papato; d. la coda rovesciata di un pesce, altro simbolo dei cristiani fuorilegge nel secondo secolo; e. la scritta ‘M•L•C•’ [Monumentum Legavit Caesar]. I primi tre graffiti raffigurano, quindi, la Trinità. La successione delle icone – Trinità e Impero –  è tale che appare un editto rivolto dall’Impero al popolo: ‘I cristiani ora non debbono più nascondere la loro missione, questo tempio è il loro. Firmato: l’Imperatore’. L’Imperatore cui si fa riferimento è probabilmente Teodosio che con le sue leggi – che oggi definiremmo ‘integraliste’ – nel IV sec. d.C. rese obbligatoria la religione cristiana trasformando o riedificando i templi pagani in chiese cristiane. Non a caso, sul retro della chiesa dell’Assunta e da tempo remoto, vi è anche una strada a lui intitolata – nota: vi sono tre sole vie con questo nome in Italia: a Milano, a Canosa di Puglia e a Panni –. Da notare ancora che il ‘chi-rho’ centrale appare come ripetuto tre volte, quasi fosse una preghiera (‘Cristo. Cristo, Cristo…’). Più defilato sulla destra rispetto ai 5 graffiti principali ne compare uno raffigurante una colomba circondata da un serpente, chiara allusione alla predicazione futura degli Apostoli da parte di Gesù (‘siate prudenti come serpenti e semplici come colombe’, Matteo 10,16). Altri graffiti sono presenti sulla parete in ordine sparso. Su due di questi appaiono del lettere ‘MR’ e ‘DIP’. Stanno ad indicare le parole latine Memoriae e Dormit in pace, verosimilmente provenienti da catacombe non ancora identificate. Altri tre graffiti appaiono poco significativi. [Consultare anche: A. Cappelli, Dizionario delle Abbreviature Italiane e Latine, Milano 1899].

Altra eccezione, rispetto alla datazione, è la scritta ‘IBI•8•’ (v. foto sopra) collocata sotto al finestrone ricavato alla base della torre. Si ipotizza che la scritta possa essere templare (XIII sec d.C., v. R. De Michele) per l’analogia della presenza del graffito interno del doppio quadrato magico: misterioso il significato. La finestra, in origine, non dovette essere presente, dati i segni di ristrutturazione interna alla torre campanaria.

 

Seconda tappa – Un mascherone e i ‘Baphomet’

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SECONDA TAPPA – Un mascherone e i ‘Baphomet’ templari.

Il mascherone di Via XX Settembre 17.

Pietra erratica. La sua origine è misteriosa. Verosimilmente fungeva da bocca di una fontana pubblica (v. Città di Buccheri, SR), poi trasformata in sostegno con anello per animali da soma, quindi incastonata in maniera decorativa a 4mt da terra.

Il mascherone (M1) di Via Vittorio Emanuele 139.

Si tratta con ogni probabilità di un baphomet templare, dal momento che i contorni della scultura coincidono con i contorni del volto dell’uomo della Sindone. Questa caratteristica (il rifarsi alla Sindone, o al volto di Mosè) è appunto l’elemento costitutivo dei baphomet templari.

I due mascheroni (M2-M3) di Via Campo Sportivo 13 e le analogie con la Sindone.

Questi due volti sono pezzi unici nel loro genere. Siglati qui come M2 ed M3, meritano un po’ di considerazione in più, al pari dei grifoni di Corso Margherita (v. “Portale dei Grifoni”). Innanzitutto appaiono essere a prima vista delle maschere greche. In realtà sono dei veri e propri Baphomet templari. Non solo, ma appaiono come due tentativi di ricostruzione scultorea del volto della Sindone (i primi della storia? Vedi anche R. De Michele, 2014, cit.). Al confronto con la Sindone (che ricordiamo essere in pratica un negativo fotografico) emergono similitudini indiscutibili e non certo casuali, come la fronte, l’arco delle sopracciglia, gli zigomi, il labbro inferiore, la barba inferiore col riccio finale, e altre. Fra queste, colpisce un ”errore” dello scultore: l’aver interpretato come bocca i baffi dell’uomo della Sindone, riportandone, però, l’identica forma. M2 appare rovinato sul setto nasale, ma potrebbe essere anche non casuale, potendo rappresentare la grossa ferita inferta sul volto dell’uomo. Ancora più impressionante è la somiglianza dei rispettivi negativi, quelli in cui il volto della Sindone appare in positivo. I volti di M2 ed M3 cambiano completamente espressione, divenendo più intensi, teneri e sofferenti (ad insaputa dell’anonimo Autore!) e mostrando altre caratteristiche inaspettate, come la direzione dello sguardo, ad esempio.

 

Terza tappa - 'Trasonna' e 'Portale dei Grifoni'

 

Il graffito della ‘Trasonna’.

Fra il n.21 e il n.31 di Corso Margherita si apre un portale apparentemente anonimo che accede ad una piccola traversa del corso: viene chiamata in dialetto locale ‘Trasonna’. Sul piedritto interno di destra vi è un graffito, visibile solo a luce radente, raffigurante due croci in verticale: una inscritta in un pentagono, l’altra sul vertice alto dello stesso. Esistono graffiti simili nella chiesa di S. Agostino ad Andria, ma è un po’ differente; così come nei sotterranei della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Napoli. Qui potrebbero indicare il Monte Calvario e il Santo Sepolcro. Da notare che la doppia croce è stata uno dei simboli degli ultimi Templari.

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Il graffito della 'trasonna' (al Corso Margherita)

 

 

Il portale dei Grifoni: elementi costitutivi.

Il portale dei Grifoni di Corso Margherita 17 è decisamente il più bel portale di Panni. Vi sono raffigurate cinque sculture, di cui una coppia di leoni speculari, una coppia di grifoni e una chiave d’arco con una figura femminile alata. Quest’opera merita, come i mascheroni M2 ed M3 (v. paragrafo omonimo), una considerazione a parte, in quanto vi è un’enorme quantità di elementi simbolici importanti.

Le iniziali e la datazione sulla chiave dell’arco non devono ingannare: sono state poste in epoca successiva alla realizzazione (v. anche Giuseppe Procaccini, Cenni storici sulla città di Panni, Procaccini Ed., Napoli 1981), in quanto incisioni non a rilievo, come invece tutto il resto.

L’epoca si può dedurre dallo stile romanico, innanzitutto, proprio del medioevo pieno, oltre che dallo studio dei simboli qui appresso illustrato.

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Il 'Portale dei Grifoni' (Corso Margherita) e particolari

 

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Particolare dei grifoni con la sovrapposizione della costellazione del Leone

 

La chiave dell’arco e la simbologia della Resurrezione.

Oltre alla bellezza della scultura, va detto che la data incisa ('1847') è sicuramente successiva, e che la composizione possiede una simmetria verticale perfetta.
La chiave mostra elementi descrittivi della storia degli Apostoli dopo la Resurrezione.

Dal basso verso l’alto, vi appaiono:

- Due foglie inferiori più grandi, ricurve verso l’alto (Ss. Pietro e Paolo fondatori della Chiesa romana).
- Un calice da cui sbocciano dieci foglie, cinque verso sinistra e cinque verso destra (gli Apostoli).
- Una foglia centrale oltre il piano della Terra (nell’aldilà) la cui caratteristica è che non è dotata di punta, ma prosegue verso il mento della figura superiore (Gesù che assurge allo Spirito Santo, della sua stessa sostanza).
- Un volto femminile con corona di fiori che allarga le ali a proteggere tutta la scena (lo Spirito Santo).
- Il calice dell’Eucaristia (Graal), dal cui vino consacrato a sangue prende vita l’evangelizzazione nel mondo: a Oriente (a destra) e ad Occidente (a sinistra) da parte dei dieci Apostoli [da notare che il Corso Margherita è orientato perfettamente da est ad ovest].
 

Simbologia dei Grifoni

- I Grifoni, in epoca medievale, indicano la Chiesa (v. anche Dante, Purgatorio, XIX). L’unicità di questi grifoni consiste nell’essere costituiti da tre animali, non due, come di solito. Si tratta, quindi, di un triplice regno: della terra, dell’aria e dell’acqua.

- La testa del drago si riferirebbe al drago sconfitto da S. Giorgio. Secondo il libro della Legenda Aurea della fine del XIII sec., S. Giorgio, comparso presso un lago della Libia, sconfigge un drago che minaccia la città di Selem, liberando la principessa che doveva essergli sacrificata. La città viene convertita al cristianesimo e il drago simbolicamente diviene il Re delle Acque. Siamo nel 1160 d.C.. Dopo tale miracolo il drago comparirà su tutta l’araldica.

- Il fiore ad 8 petali. Svariati significati sono stati attribuiti al fiore ad otto petali, molto ricorrente nell’arte templare. Ne elenchiamo tre: Gerusalemme, il Graal visto dall’alto, la doppia croce.

I due rami e le cinque foglie indicano le cinque ferite di Gesù (quattro per mani e piedi, più una per il costato).

- Il vaso indica il Graal. In tutto il portale i vasi sono tre, esempio unico in tutta l'iconografia templare.

 

I Grifoni e la costellazione del Leone

Sovrapponendo, infine, la costellazione del Leone al grifone di sinistra, cui con ogni probabilità questo fa riferimento, si ottiene un allargamento del significato complessivo del bassorilievo:

- il manico a spirale, in particolare, indica la nascita di Gesù (Regolo = piccolo Re, capita al centro della spirale) e lo sviluppo della sua vita;
- l'inclinazione dell'eclittica fa riferimento alla massima altezza (periodo di Natale) raggiunta dalla costellazione;
- l'intersezione fra Regolo e il Sole avviene alla fine di agosto, in coincidenza con le feste patronali di Panni.

 

La complessità del bassorilievo è, quindi, stupefacente; un autentico gioiello frutto di un'arte romanica avanzata (a cavallo del 1200, quindi).

 

 

Quarta tappa - Ss 90. Una domus templare?

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QUARTA TAPPA – Templari: uno stanziamento possibile: la ‘Domus’ sulla Statale 90 al km 43, presso la Taverna di Montaguto (a 1 km dal bivio per Panni, direzione Ariano Irpino).

Il balcone circolare per tre quarti di circonferenza dovrebbe essere ancora quello originale: una torretta di guardia sorretta da un enorme blocco di pietra a forma di zampa di leone girata verso l’alto, e con l’accesso dall’interno all’esterno situato ad angolo dell’edificio. Il balcone è appoggiato su dodici blocchi di pietre angolari più una base cubica maggiore, numeri che costituiscono un evidente riferimento evangelico.

Il portale è stupefacente.

La chiave dell’arco riporta un fiore della vita (a 6 petali), simbolo templare riportato finanche sulle loro monete.

Le colonne dei piedritti portano due capitelli floreali ricchi di simboli templari.
Procedendo dall'esterno verso l'interno:
- i gigli degli stemmi di Francia;
- le due margherite a 28 petali ciascuna (v. appresso);
- il fiore a otto petali che indica la nascita e la rinascita, ma anche il simbolo del Tempio di Salomone e del suo trono, o di Gerusalemme stessa, e a volte anche del Santo Graal;
- il pistillo tripartito che indica la Trinità, al centro di tutto.

A proposito dei ventotto petali, questo numero rappresenta i gradini della Scala Santa che oggi si trova a S. Giovanni in Laterano, quella che Gesù salì per presentarsi al cospetto di Ponzio Pilato e che fu portata a Roma nel IV secolo da Santa Elena.

Lo stesso numero ventotto è la somma dei blocchi necessari a costruire sette gradini e può, quindi, rappresentare il Tempio di Salomone che aveva sei gradini, più un settimo, prima del trono, come scritto nella Bibbia, sette come i giorni della creazione; per i Templari il Tempio era un loro riferimento importante, l’elemento cui dovevano il loro stesso nome.

Non a caso, anche le pietre costitutive del portale in questione sono, appunto, ventotto, più la chiave dell’arco, con piedritti e archi suddivisi in quattro gruppi di sette pietre.

 

 

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Future direttrici di ricerca:
- L’enigma dello stanziamento templare in paese: perché così in alto?
- Esiste una commanderia templare sepolta?
- La grotta dei 'morti del diluvio', di cui fu tramandata l'esistenza, dove si trova?
- Cosa ci fa una gigantesca croce di filari di pietra sulle pendici del monte Crispiniano?
- Monteleone antica giace ancora sepolta in un bosco?
- Dove è orientata la finestra della torre 'Castello'? ...e perché?
- Perché la pianta di Panni somiglia così tanto a quella di Greci?

Per sapere di più sulle tesi della presenza sannita e templare a Panni, si rimanda alla lettura dei due romanzi di Renato De Michele, Orme di Panda (sui Sanniti) e Cronaca di un agosto templare, vedi Riferimenti bibliografici.

 

 

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Riferimenti bibliografici  

1- AA.VV., Benevento e i Sanniti, Pierro Gruppo Editori Campani, Napoli 1996.

2- AA.VV., I Dauni - Irpini. La mia gente, la mia terra, Generoso Procaccini, Napoli 1990.

3- Appiano (II sec. d.C.), Le storie romane, P.A. Molina, Milano 1830.

4- Laura Balestra, Cristo e l’Übermensch nell'opera di Friedrich W. Nietzsche, in Ivan Pozzoni, "Frammenti di cultura del Novecento", Gilgamesh Edizioni, Asola (MN) 2013, pgg.17-23.

5- Luigi Barello, La morte di Pan. Psicologia morale del mito, Fratelli Bocca Ed., Roma 1908.

6- Martin Bernal (1991), Black Athena: The archaeological and documentary evidence, Rutgers University Press, New Brunswick, New Jersey USA 2002.

7- Philippe Borgeaud, Recherches sur le dieu Pan, Bibliotheca Helvetica Romana, XVII, Institut Suisse de Rome, Roma-Genève 1979.

8- Carlo Borrelli, Index Neapolitanae Nobilitatis, A. Longum, Napoli 1653.

9- Adriano Cappelli, Dizionario delle abbreviature latine e italiane, Hoepli, Milano 1899.

10- Massimo Centini, I luoghi dei Templari. Storia e vicissitudini dell'Ordine in Italia, Xenia, Milano 2011.

11- Renato De Michele, Orme di Panda, romanzo, Apadi, Panni, Fg, 2004.

12- Renato De Michele, Cronaca di un agosto templare, romanzo, LuoghInteriori, Città di Castello, Pg, 2014.

13- Alessandro di Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli della mezzana età, Vol.10, Stamperia Orsiniana, Napoli 1805.

14- Consalvo Di Taranto, La Capitanata al tempo dei Normanni e degli Svevi, pag. 75, a cura di Antonio Ventura, in “I Quaderni del Rosone”, Foggia 1994.

15- Barbara Frale, I Templari e la sindone di Cristo, il Mulino, Bologna 2009.

16- Barbara Frale, La sindone di Gesù Nazareno, il Mulino, Bologna 2009.

17- Lorenzo Giustiniani, Dizionario, Tomo VII, Manfredi e de Bonis, Napoli 1804.

18- James Hillman (1972), Saggio su Pan, trad. it. di A. Giuliani, Adelphi, Milano 1977.

19- Keith Laider, Il segreto dell'Ordine del Tempio, Sperling Paperback, Milano 2005.

20- Tito Livio (I sec. a.C.), Storia di Roma dalla sua fondazione (Ab Urbe Condita Libri), Bibl. Univ. Rizzoli, Milano 1982-96.

21- Mauro Masullo, Architettura residenziale Federiciana, i Loca Solaciorum e San Lorenzo in Pantano, 2009 [http://www.medievale.it/articoli/architettura-residenziale-federiciana-loca-solaci].

22- Marina Mazzei, I Dauni, archeologia dal IX al V a.C., Claudio Grenzi Ed., Foggia 2010.

23- Laura Miriello, Sulle tracce dei Templari a Napoli, Stamperia del Valentino, Napoli 2015.

​24- Eric M. Moormann, Wilfried Uitterhoeve, Miti e personaggi del mondo classico. Dizionario di storia, letteratura, arte, musica, E. Tetamo (a cura di), trad. it. L. Antonelli, G. Montinari, D. Spanio, Bruno Mondadori Ed., Torino 2006.

25- C. Müller, F. Dübner (a cura di), Strabonis Geographica Graeci cum versione reficta, pag.208, Ambrosio Firmin Didot Ed., Parigi 1853.

26- Carlo Gaetano Nicastro (1909), Bovino. Storia di un popolo, vescovi, duchi e briganti, Amm. Prov. di Capitanata, Foggia 1984.

27- Peter Partner, I Templari, Einaudi, Torino 1991.

28- Christian Pfister, I cambiamenti climatici nella storia dell’Europa. Sviluppi e potenzialità della climatologia storica, in Luca Bonardi (a cura di), “Che tempo faceva? Variazioni del clima e conseguenze sul popolamento umano. Fonti, metodologie e prospettive”, FrancoAngeli, Milano 2003, pgg. 19-59.

29- Plutarco (I-II sec. d.C.), Opuscoli, G. Nobile, Napoli 1841.

30- Plutarco (I-II sec. d.C.), De Defectu Oraculorum, in Triakonta, a cura di P. Agazzi e M. Vilardo, Zanichelli, Bologna 2006.

31- Plutarco (I-II sec. d.C.), Vite parallele, Rizzoli, Milano 2001.

32- Francesco Maria Pratilli, Via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Di Simone, Napoli 1745.

33- Giovanna Procaccini (a cura di), Forme e decori nei portali di Panni, C.R.S.E.C. FG/33, Regione Puglia Assessorato Pubblica Istruzione, Foggia 2003.

34- Giuseppe Procaccini (1924), Cenni storici sulla terra di Panni, Generoso Procaccini, Napoli 1981.

35- Vito Procaccini, Percorsi di Storia, Edizioni del Rosone, Foggia 2011.

36- Vito Procaccini, Finestre sull'arte, Edizioni del Rosone, Foggia 2013.

37- Alfonso Rainone (a cura di), Scripta manent... Le opere dell'ingegno di alcuni intellettuali di Panni tra '800 e '900, Edizioni del Rosone, Foggia 2012.

38- Michail I. Rostovcev (1926-7), Storia del Mondo Antico, Bompiani, Milano 1999.

39- E. T. Salmon, Gli Irpini - Ex Italia semper aliquid novi, relazione al Convegno Annuale degli Studi Classici del Canada, Windsor 28 maggio 1988.

40- E. T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, Torino 1985 e 1995.

41- Vito A. Sirago, Aequum Tuticum ed Aeclanum, in «Civiltà altirpina», V, fasc. 1-2, Sellino, Avellino 1980.

42- Strabone (I sec. a.C.), Geografia - L’Italia, Bibl. Univ. Rizzoli, Milano 1996.

43- Gianluca Tagliamonte, I Sanniti, Longanesi & C., Milano 1996.

44- Ferdinando Ughelli, Italia sacra, N. Coleti, Venetiis 1717-22, voll. 110. Nel Tomo 8, colonne 255-256-257, è custodito il testo relativo alla donazione del feudo di “Panni” (in latino al caso genitivo) nel 1181 (Napoli, Bibl. Naz., Fonti Storiche, 14).

45- Publio Virgilio Marone (I sec. a.C.), Bucoliche. Nota: L'Ecloga II tratta del monologo di Coridone che canta con toni elegiaci il suo amore senza speranza per lo schiavo Alessi. Dapprima l’innamorato si presenta ed enfatizza le proprie pene descrivendosi come un amante desiderabile; segue poi l’invito ad Alessi, al quale Coridone vorrebbe insegnare a suonare la zampogna (fistula), ricevuta in eredità da Dameta e utilizzata per cantare insieme con Pan. E' un amore omosessuale, che sarà anche ripreso in tempi recenti (1920) da André Gide nel 'Corydon'.

46- Tommaso Vitale, Storia della città regia di Ariano e sua diocesi, Salomone, Roma 1794.

 

Come semplici confronti, sono stati utilizzati anche i testi:  

47- A. Caocci, La Storia. Conoscenza e memoria, Mursia, Milano 1995.

48- E. Gentile, M. Sensale, L’uomo nella civiltà antica e medioevale, Loffredo, Napoli 1987.

49- G. Gentile, L. Ronga, A. Salassa, Panorama di Storia Antica e Medievale, La Scuola, Brescia 1997.

50- Palumbo ed. (a cura di), Società e culture del mondo antico, Palermo 1990.

51- T. Salmon (1736-38), Lo stato presente di tutti i paesi e popoli del mondo naturale, politico e morale, con nuove osservazioni e correzioni degli antichi e moderni viaggiatori, Bibl. Naz. Napoli 1763.

52- Società Editrice Internazionale (a cura della), Il Mondo Antico, SEI, Torino 1983.

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Le foto sono di Renato De Michele © 2012-2015.